Pistill

Lo squofo dell’esistenza umana

Lo squofo dell’esistenza umana

Lo squofo dell’esistenza umana

 

Parte prima – Batezà co’ l’acqua dei folpi

 

I colori iridescenti delle acque stagnanti risplendevano di bagliori improvvisi e incostanti, frutto dell’instancabile traffico notturno lungo i numerosi canali minori defluenti e, a ben guardare, indifferenti rispetto all’esistenza di quel rigagnolo da essi condiviso. Non che tale condivisione fosse stata da essi scelta; né – ancora da essi – prescelta. Che forse l’aorta presta attenzione alcuna ai capillari del dito mignolo destro, o a quelli del sinistro? Per giunta, senza il passare di vaporetti borbottanti e tremuli, o lo sfrecciare incessante di battelli e motoscafi, soltanto sparutissime, timide, fioche ed elevate luci domestiche o alberghiere – nonché altre rosseggianti e imolocate, di plausibile se non probabile origine meretricia – avrebbero impedito a quella stretta vena, così umida e putrescente, di non essere avvolta dalla più completa oscurità. Un buio di cui, a dire il vero, avrebbero goduto ancora di più due clan murini mutanti della zona, pasciuti e cresciuti, oramai da più di diciotto generazioni, a botte di rifiuti chimici industriali e immarcescibili, quintalate di foschi scarichi urbani imprecisati ma oggettivamente immondi, e avanzi di esercenti-estorsori di ristoranti per turisti orientali ricchi e miliardari americani convolanti a nozze. Si narra invero che, occasionalmente, un’osteria pluripremiata d’un campiello non molto distante da lì vi ci riversasse gli arti e i capi mozzi di poveri sventurati, le cui interiora erano state estratte e utilizzate onde preparare alcune specialità tipiche molto più speciali di quanto i clienti non pensassero e, da un punto di vista anche solamente gastronomico, decisamente atipiche. Ammaliato da quelle guizzanti pennellate cromatiche repentine e liquefatte, simili a fotogrammi o a brevi sequenze ipnotiche tratte da Stalker o Solaris, e sorprendentemente tetragono, se non addirittura ignaro del vile lezzo pestilenziale che lo circondava – quasi fosse ancora la fitta nebbia in cui s’aggiravano Jack lo Squartatore e i tenebrosi personaggi del fu Lucio Fulci –, il brizzolato console onorario onduregno si avvicinò ulteriormente alle acque altamente tossiche ma alquanto artistiche. Dimentico della viscosità della pavimentazione e delle molteplici ombre che si era scoppiato in compagnia di due colleghi nicaraguensi – entrambi i quali, forse a mo’ d’insegnamento eno-poetico, avevano concluso la serata vomitandosi l’uno sulle scarpe dell’altro, ma senza neppure accorgersene – l’ultimo passo gli fu fatale. Scivolando e, al contempo, cercando di comprendere come mai le sue gambe e le sue braccia stessero mulinando selvaggiamente nell’aere teso, vagamente memori dell’immortale canzonetta che rese celebre Fazlija nei Balcani di questo secolo, il brizzolato console onorario onduregno s’inabissò, nonostante il canaletto fosse ben ristretto e lui, invece, francamente obeso. In quel viscido ruscelletto immobile e velenoso, misteriosamente, egli vide. Ebbene sì: vide. Nel senso che scorse ciò che si celava lì sotto. Come ciò fosse possibile, non si sa. E la cosa non dovrebbe sorprendere chicchessia. L’ignoranza, infatti, è la norma. Il che non è un problema insormontabile, a meno che non si sia così ignoranti dal non rendersi conto di essere ignoranti e, in aggiunta, sparlare e agire come se si sapesse tutto e bene. Su questa faccenda, anche il brizzolato console onorario onduregno aveva le idee chiare: “Più uno è coglione,” egli amava ripetere, “e più straparla ad alta voce e convintamente.”

 

Parte seconda – Ti xé seco incandio

 

Una sirena bionda, sulla sessantina, gloriosamente sorridente e tracagnotta, si avvicinò al brizzolato console onorario onduregno, il quale, dopo un primo ovvio spaesamento, si riprese in maniera lodabile, tanto da fare un cenno di saluto alla creatura subacquea. Essa – o ella, se l’uso dei generi pronominali non offende nessuno; siano poi essi attribuiti a esseri umani o a mostri marini e lagunari – ne ricambiò la cortesia porgendogli un ratto a cui la creatura incanalata – nel senso che viveva in un canale – aveva rimosso la testa poc’anzi, con una morsicata netta e feroce. Per nulla intimorito o sbigottito, il brizzolato console onorario onduregno sorrise anch’egli, annuì, accettò il cadeau e, non senza un certo appetito, incominciò a mangiucchiarsi la grassa carcassa grigiastra e pelosetta. Come riuscisse a fare tutto ciò senza affogare, non si sa neppure quello. Tuttavia, era ed è palese che ci riuscisse. Se poi non ci si vuole credere, che si legga allora del materiale diverso da quello ivi cortesemente presentato al lettore, o alla lettrice, i cui gusti possono legittimamente differire rispetto a quelli del brizzolato console onorario onduregno; dell’autore, o autrice, del testo ivi presentato al lettore, o alla lettrice; nonché ai gusti del lettore, o della lettrice, a cui invece diverte leggere quanto ivi cortesemente presentato al lettore, o alla lettrice, del medesimo testo. Chiaro? Insomma, fate quel che vi pare, ma non rompete le scatole a chi scrive o a chi legge cose diverse da quelle che voi scrivereste, leggereste, vorreste vedere scritte, vorreste sentir lette, o qualsiasi altra combinazione di desiderio e stamperia vi possa saltare in mente. La libertà di stampa, da Manuzio in poi, consta anche di questa roba qui. Dal canto suo, il brizzolato console onorario onduregno era del tutto a suo agio. Anzi, era di umore ottimo e abbondante. Ossia, proprio così come il lauto pasto che la sirena dorata, esperta, gioviale e in carne gli continuò a servire nelle ore successive; il quale comprendeva ratti sia cotti che crudi, ma pure rifiuti chimici industriali e immarcescibili, scarichi urbani imprecisati (oggettivamente immondi ma soggettivamente deliziosi), avanzi di esercenti-estorsori di ristoranti per turisti orientali ricchi e miliardari americani convolanti a nozze, così come di poveri cristi a cui mancavano gran parte del corpo e la totalità delle interiora. Chissà dove cavolo erano finite le frattaglie! Ma questo non è un quesito che il brizzolato console onorario onduregno si ponesse. Al contrario, la sua attenzione era rivolta in toto al topo, o ratto che dir si voglia, e a tutto ciò che la sua padrona di casa maccheronica ma mitologica gli propinava qual suo desinare. Nessuno sa quanto tempo esattamente richiese completare quel banchetto luculliano e sommergibile, ma di certo passarono almeno otto ore. Non che la cosa avesse o abbia la benché minima importanza. Da un lato, infatti, il brizzolato console onorario onduregno era più che beato e non avrebbe voluto essere da nessun’altra parte se non lì. Dall’altro, la sirena dal crino aureo, la gioventù trascorsa o traslocata, la bianca dentatura brillante e manifesta, e le fattezze rubensiane ed evidenti non pareva proprio avere fretta alcuna.

 

Parte terza – Coe ciàcoe non se impasta frìtoe

 

Sia quel che sia, alla fine, anche quella cena notturna sotto la superficie unta e bisunta del nero corso d’acqua si concluse. Sorprendentemente, o così i più concorderebbero al riguardo, nonostante l’oscurità pressoché completa di sopra e di cui sopra, il medesimo buio pesto non era affatto applicabile al di sotto – di cui anche d’esso di sopra, ma un po’ più in qua, e non più adesso, ora – dove invece doveva rifulgere una qualche luminosità mistica o misterica, la quale aveva permesso la mastica stracarica e ghiotta del brizzolato console onorario onduregno, almeno in quanto alla viva possibilità di cogliere ciò di cui la mastica consisteva visivamente e, parimenti, colei (o colessa?) che gliela dispensava in una guisa così soavemente generosa e garbata. Terminata quella specie di golosissima sagra dell’ingordigia, l’amabile sirena prese per la mano destra (o sinistra?) il brizzolato console onorario onduregno e lo condusse attraverso una fessura (o breccia?) presente nella sozza e scabra muratura sommersa. Fu per via siffatta e segreta che il brizzolato console onorario onduregno si ritrovò all’interno di uno spazio ben illuminato, benché completamente invaso dall’acqua – forse un vetusto scantinato – in cui la non troppo rasserenante storia plurisecolare della Serenissima pareva avere riposto un’infinità di oggetti; i più diversi, infatti. A una primissima e celerrima occhiata, se ne coglievano: due racchette da tennis, cinquantanove figure retoriche, otto manichini di plastica marchiati a fuoco con la lettera “V” maiuscola, gli aborti di almeno settanta neologismi strampalati, una daga romana arrugginita, una lecita forma verbale italica aggettivata sostantivata ma riportata allo stato precedente di aggettivo, tredici premolari, i cadaveri di sedici soloni italici noiosissimi che avevano preso sul serio le quaranta regole di Umberto Eco sull’arte dello scrivere bene, una lancia macedone rotta, ottantasette incertezze semantiche, due austeri campanili in mattoncini rossi con orologi medievali funzionanti, un corposo testo d’algebra in arabo cordovano, la trachea azzurrina di un celeberrimo tenore magiaro, un CD rosa incellofanato, una lapide paleocristiana recante l’ammonizione “Qui numquam ridet, sale caret”, un pacchetto di figurine della Panini, un calendario fotografico con le fotografie di un certo “Mister Nuukie”, un carro armato, un copertone forato, due latte gigantesche di pittura fresca, la recensione di un libro sulla chimica nella Russia ai tempi della Rivoluzione d’Ottobre, la folta criniera di un leone, quella di un cantante valdostano oramai dimenticato, un biglietto aereo di sola andata per L’Avana, un dizionario italiano-sloveno settecentesco dalle pagine tutte ingiallite, tre mappe dell’Asia meridionale fatte con femori alieni, settantanove bicchieri di vetro verdognolo, un forno a legna con i sigilli dell’autorità giudiziaria, una vera e propria montagna di fatture fasulle, un bucintoro, dodici cannoni senza le palle, tre palle senza un cannone, un modellino in ghisa fusa di gondole a vapore per il trasporto coatto del Sindaco da Mestre a Melbourne, un cartellone pubblicitario grigio oramai illeggibile, uno squofo, novantanove chili di catene di ferro, tre reti da pesca, una da capigliatura maschile brillantinata, la chitarra più costosa al mondo, sette portantine di legno di pino dalmata, un liso manuale di ingegneria navale, cinque sfere di cristallo blu dalla funzione del tutto ignota, due teste d’aglio grosse come cocomeri, una mela bacata, il senso dell’umorismo di tre milioni di poveri sfigati che non l’hanno ancora capita, e quindi svariate centinaia di migliaia di grosse casse di ambra marroncina opaca in cui erano stivate ancora più cose – comprese tantissime altre casse più piccole fatte dello stesso materiale. Il brizzolato console onorario onduregno si volse verso la sirena che lo aveva condotto in quel luogo davvero stravagante e, a modo suo, affascinante, così da porle alcune domande. Evidentemente, quella stramba collezione, eterogenea e strabordante, lo aveva colpito nel profondo dell’animaccia sua, e non poco.

 

Parte quarta (e conclusione) – Te fasso veder mi che ora che xé!

 

Ahilùi, alla sirena in questione non gliene poteva fregare di meno. Insieme a una dozzina di altre creature leggendarie ma anche fameliche, comparse da chissà dove, si gettò sul malcapitato e, in poco meno di mezz’ora, del brizzolato console onorario onduregno non rimasero che le ossa – e alcune di esse svuotate del midollo. Negli istanti prima della morte, il brizzolato console onorario onduregno si ricordò dei suoi amici e pensò: “Che peccato! E adesso con chi avrò modo di dire stupidaggini e farmi un sacco di risate?”


Fotografia: "March 2009. Venezia 65," Syced (13 marzo 2009). Opera propria, caricata su Wikimedia Commons (3 settembre 2024). CC0 1.0; nessuna modifica